venerdì 28 marzo 2008

Il bambino del Nord


Credo di incarnare molto bene la leggenda secondo cui a Torino non c'è nessuno che sia davvero di Torino. Ed è proprio questo forse l'incanto della Mia città.
Io ci sono nato, ci son cresciuto e spero di morirci ma sento così forte in me le radici del sud. Sì, perché quelle estati passate in un paesino della provincia di Foggia mi hanno formato più dell'asilo.
Perché il vero bambino della città del Nord non sa cosa significa giocare col pallone in discesa, arrampicarsi sugli alberi, correre tra i rovi, lanciarsi dai muretti, giocare sulla strada, cadere, sbucciarsi le ginocchia e rialzarsi più agguerrito di prima.
Perché il vero bambino del Nord non ha imparato a gestire l'ansia del dover contenere l'aggressività del bullo del paese che ti minaccia di dartele di santa ragione perché hai guardato la ragazzina che potrebbe diventare quella che gli darà il primo bacio.
Perché il vero bambino del Nord non ha mai giocato una partita di calcetto al Sud, in cui ogni partita è come una finale mondiale e non ci si può distrarre mai, bisogna giocare coi muscoli e col cuore, perché in una partita del calcetto al Sud si possono anche rompere delle amicizie e rovinare la reputazione.
Perché il vero bambino del Nord non è mai stato così a stretto contatto con cani randagi e non gli è mai andato vicino l'ubriacone ad urlargli con il massimo dell'accento intimidatorio che quella zona è sua.
Mi ricordo un'estate lontana. Ci si era presa l'abitudine di passarci una bici distrutta, senza freni e pedali d'occasione. Un mio amico si fece un giro e cadde rovinosamente alla fine di una discesa. Per inciso quel paese è fatto di sole salite e discese. Era il mio turno e non potevo rifiutarmi.
Mi trovai sul corso principale del paese a velocità folle e non avevo molte opzioni. Continuare dritto verso questa corso che ad un certo punto sarebbe diventato una discesa ripidissima,;buttarmi per terra lì all'istante; tentare il numero: curva a tutta velocità a sinistra verso la piazza del paese.
Scelsi la terza, curvone a velocità della luce, cercai di frenare un po' col piede, sentii la suola della scarpa che chiedeva pietà. Adrenalina all'ennesima potenza, le tempie che battevano peggio dell'hardcore, assoluta apnea. La gente mi guardava un po' con ammirazione, un po' con disprezzo, se fossi caduto mi sarei sfracellato, se avessi beccato qualcuno l'avrei sfracellato.
Un attimo e mi trovai all'interno della piazza con l'inerzia di quella folle curva che stava finendo. Sospiro di sollievo, la tensione che cominciava pian piano a scendere ai livelli di una persona sana.
Avevo superato la prova del nove. Quel giorno capii che potevo fidarmi di me stesso, del mio intuito e del mio sangue freddo.
Non avrei mai fatto una cosa del genere sulle strade del Nord.

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